Eventi

Monica Auriemma

“Primo passo: controllare che nessuno guardasse, agire indisturbata per saziarmi, per riempirmi gli occhi di lacrime di un infantile, purissimo, orgasmo delle papille gustative e del cervello tutto.
Poi, nonostante la continuativa presenza di genitori e parenti o dell’amica della mamma, agguantavo veloce il boccone succulento e mi armavo di corazza, perché quello era il momento degli insulti, dei rimproveri, degli scherni.
Sono andata avanti così, con i grembiuli troppo stretti, le gonne troppo corte e le amiche troppo carine.
Volevo crescere, e diventare grande in fretta: poi un giorno ho sognato che quella ragazzona sgraziata sarebbe diventata una donna libera.
Il cammino è stato così lungo (oh, così lungo) che mi addolora ripercorrerlo.
Ricordo le facce di chi mi faceva i colloqui, del mio fidanzato (sei ingrassata, eh si), le risatine, la timidezza di incontrare qualcuno mai visto prima, le ore e le crisi di pianto a gridare “mi fai schifo” allo specchio.”

Lucrezia Bettini

“La battaglia che non finisce, che non puo’ finire.
Odio l’obesità.
E’ una malattia anti-estetica e antietica.
La maggior parte della popolazione mondiale crepa di fame, e noi strabordiamo di grasso.
Scoprire che non sono indolente e ingorda ma malata mi ha un po’ cambiato la vita. Mi ha aiutata ad eliminare un po’ di sensi di colpa, ma la sostanza non è cambiata e difficilmente cambierà.
Questa malattia è una guerra… che si combatte su due campi di battaglia estremamente vulnerabili: il corpo e la mente.
Il corpo è martoriato, deformato, imbruttito…
Progressivamente infragilito da un peso che non puo’ sostenere.
La psiche, e tutto cio’ che da essa dipende – pensiero, emozioni, sentimenti – è alterata da un continuo susseguirsi di accuse, perdoni, sensi di colpa.

Federica Farris

“L’obesità ha sempre tolto molto alla mia vita. Ho alcuni ricordi che si sono fissati nella mia mente.
Al compleanno della mia migliore amica, io avro’ avuto 14 o 15 anni e tutti ballano in coppia, ma io no. Anche per quello non ero abbastanza magra, evidentemente.
1995 – 96 Passeggiavo con quello che all’epoca era mio marito lungo il viale del suo ridente paese dove la messa in piega era un obbligo per “apparire” adeguatamente, dove era normale cambiarsi d’abito ogni volta che si usciva. Io camminavo accanto a lui, allungavo la mia mano per prendere la sua ma lui si ritraeva e mi diceva “ Mi fai schifo, mi vergogno di camminare accanto a te…”.
Ora siamo divorziati…
Febbraio 2000, all’ottavo mese di una gravidanza allucinante mi fanno partorire con cesareo d’urgenza in piena gestosi. La pressione è alle stelle, e il bracciale per misurarmela non si chiudeva. Per infilare l’agocannula ci sono voluti nove buchi e alla fine il ginecologo mi dice “ Tutto bene cara , ma che faticaccia tirare fuori tuo figlio, con tutta quella ciccia!!”

Roberta Bergamo

“Tu non devi parlare, non hai voce in capitolo, non conti nulla, non sei nessuno, qui decido io, tu sei a casa mia e finche ti do da mangiare fai quello che dico io…”
Frasi ricorrenti della mia infanzia, vissuta in una famiglia di contadini, infanzia di cui non ricordo più nulla perché ho deciso di rimuovere tutto.
A scuola ero brava, volevo “studiare greco e latino”, un sogno che è rimasto tale perché appena finita la scuola media ho iniziato a lavorare, in una fabbrica di abbigliamento, facevo la macchinista.
E dopo il lavoro dovevo aiutare in campagna.
C’era sempre chi mi ostacolava in tutto, d’altronde, io non avevo voce in capitolo: “devi andare a lavorare, ti devi responsabilizzare, devi capire come si guadagna il pane”.
Ho 4 macchine da cucire in casa, ma oggi non riesco nemmeno ad accorciarmi un paio di pantaloni, e ogni volta che le vedo mi viene voglia di distruggerle perché mi ricordano il tempo che ho perso.”

Marina Biglia

“La mia macchina era la mia tana. La tana dell’orso, con le riserve viveri per il lungo letargo. E nessuno poteva guardare dentro la tana.
Scena classica, atto primo. Uscivo di casa e mi fiondavo nel primo locale fast (and furious) food, al servizio drive in. Nemmeno dovevo scendere, farmi vedere, sentirmi schedata e pesata.
Estraevo, sicura di me, un foglietto di appunti, e simulavo una meravigliosa sceneggiata, degna della signora Merola: “Allora 2 cheeseburger per mio nonno, 2 patate giganti per la zia, 4 dolci per i bambini, sai i bambini come sono golosi, 2 bibite big size e spero di non essermi dimenticata nessuno!”
Beh, Marina non me l’ero dimenticata di certo, visto che, in realtà, era tutto per lei.
Ritiravo il mega sacchetto, con sorriso a 40 denti, uscivo dalla corsia e mi fermavo nella zona più buia del parcheggio, già con le mani dentro il pacchetto delle patatine.”

Alessia Botti

“Ciao Doc, ti scrivo per dirti che dall’ultimo controllo va tutto bene. E questo vuol dire che in questi 5 mesi non ho ripreso neanche un chilo e so che per te questo è importante quasi quanto dimagrire.
E non vuol dire invece che la mia vita si sia fermata oppure che io abbia provato ad immobilizzarla, come mi succedeva in passato, ma che semplicemente ho cercato di vivere in questo periodo senza usare il cibo come valvola di sfogo.
A scriverlo sembra quasi semplice, ma per chi combatte tutti i giorni contro una patologia come la mia è forse la cosa più difficile.
Ma torniamo a noi, in questi mesi sono stata in vacanza, ho nuotato al mare e camminato in montagna e indovina un po’? Ho iniziato a correre!
Sai quello strano sport in cui si mette un piedi davanti all’altro troppo velocemente per camminare?!”

Katia Costamagna

“Devo comprarmi un paio di jeans: non so bene quale sia adesso la mia taglia, ho perso 40 kg e gli ultimi jeans che avevo comprato erano per “taglie forti”.
Sono in un centro commerciale, decido di misurare una 46: mi stanno enormi. Provo con una 44, ma sono ancora larghi… che bello! Non ci posso credere! Prendo una 42 e la guardo come se fosse impossibile riuscire ad entrarci, vabbè… proviamoli… esco dal camerino e non credo a quello che vedo nello specchio! Ci entro e mi stanno bene!
Mi vengono le lacrime agli occhi… sto lì davanti allo specchio, incredula e penso a tutte le volte che in un negozio non riuscivo a trovare niente che mi entrasse, a tutte le volte che davanti allo specchio mi sono sentita grassa, ridicola, umiliata da quel riflesso che mi faceva sembrare un elefante in tutù; a tutte quelle volte che il pensiero di andare a una cena elegante mi faceva venire l’ansia perché non avevo niente da mettermi.”

Anna Antonella Fiore

“Per buona parte della mia vita sono stata snella e piacevole, specialmente nell’adolescenza, ma al mare mi vergognavo di indossare il costume preferendo magliette che mi coprissero il più possibile. Diventavo insicura e fragile, senza spontaneità, rimanendo incredula quando i ragazzi sembravano gradire ugualmente la “confezione”.
Poi sono cominciati i problemi di peso, fino a raggiungere l’obesità.
Non credo sia importante stabilire un “perché. Un fatto era certo: ero grassa, bruttina e con un sacco di magagne fisiche dovute all’obesità, tra cui il diabete. Mi sono chiusa in casa, ho evitato il mondo, tanta era la mia vergogna.
Le diete sono state mille. L’ultima, la più importante, qualche anno fa. Mi ero aiutata con il palloncino intragastrico (bib), infilato nello stomaco a maggio e tolto nove mesi dopo. Non ne potevo più di me e della sofferenza che, inevitabilmente, procuravo a quelli che mi vogliono bene. Mi sentivo un bagaglio spiacevole e odioso per tutti, stanca di vegetare e di soffrire di quel dolore sordo e quotidiano.”

Federica Marassi

“Sono al mare, seduta su di uno scoglio in costume da bagno. Respiro a pieni polmoni, lasciandomi inebriare dal profumo di salsedine. Si sta alzando una piacevole brezza, che mi accarezza la pelle, mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime. Non riesco a contenere questo pianto, e non voglio nemmeno farlo, allora mi alzo e con tranquillità cammino tra i bagnanti fino a uno scoglio poco più avanti.
Mi preparo  per un tuffo e poco importa se darò una panciata clamorosa, ho troppi anni da recuperare, troppi tuffi non fatti. In acqua mi lascio cullare, galleggiando con il viso rivolto verso il cielo, mentre il mio corpo si gode il calore del sole che tocca il viso.
Penso a quanto io abbia sempre amato il mare, e penso che l’ultima volta in cui ci ero andata avevo 16 anni, in un pomeriggio durante il quale un gruppo di ragazzi non trovò divertimento migliore che prendermi di mira senza sosta, per ore, denigrandomi e offendendomi a causa del mio peso, senza che nessuno prendesse le mie difese, perché l’obeso denigrato è solo contro il mondo, insultarlo è socialmente accettato, ed il suo corpo è un bersaglio troppo grande per poterlo nascondere.
Ricordo che ho tenuto duro per qualche ora e poi, inventandomi una scusa, ho salutato le mie compagne e me ne sono tornata a casa da sola, con il cuore in pezzi.

Tamara Federici

“Ferma davanti alla vetrina, pensavo a quanto fosse stato bello potermi infilare quel paio di jeans. Proprio quelli. Non un paio di jeans qualunque. Esposti in quell’asciuttissima vetrina, calzati divinamente da un manichino senza capelli.
Chissà perché ai manichini non mettono mai uno straccio di parrucca. I miei capelli sono belli però. Li tocco per accertarmi che almeno loro siano lì. Ma non è un parrucchiere il negozio in cui vorrei entrare.
E quei jeans, io, non posso permettermeli, sono troppo grassa. Qualche isolato per arrivare davanti all’enorme scritta adesiva “Taglie Forti, sconti fino al 70%”. Almeno quello, penso. Sto per entrare… ma quei jeans… Posso comprarli a mia figlia, sì, questo posso farlo. E così torno indietro, ma stanno per chiudere e quindi mi affretto, allungo il passo. Un po’ di affanno. Sarà la sigaretta. La butto. Ma so che non è la sigaretta. È il mio corpo, al quale chiedo troppo. Perché anche allungare il passo con 147 chili addosso vuol dire chiedere troppo. Finalmente arrivo, entro e chiedo di vederli. “Mi dispiace, non abbiamo taglie per lei.” Io non rispondo nemmeno e me ne vado. È quotidianità. Mando giù, non ci penso.”

Antonella Pratesi

“Mamma, perché quella signora è grassa? Mangia anche i bambini?
La mamma strattona il figlioletto di circa 4 anni per allontanarlo da me, ma ormai tutti nel negozio di scarpe hanno sentito la vocina chiara e acuta del bambino. Incuriositi si girano a guardarmi; qualcuno ha una specie di sorrisetto divertito, una ragazza mi guarda con un misto di compassione e di disgusto, una signora cerca di nascondere uno sguardo di sufficienza                        dove si legge “che altro ti aspetti cicciona!”.
Io abbasso gli occhi e prego affinché quel pavimento si apra abbastanza da inghiottirmi. Ma non succede. Rabbia verso me stessa e verso gli altri, umiliazione, dolore, impotenza e tanto tanto vuoto e solitudine, tutti questi sentimenti si alternano nel mio cuore senza pietà. Entro in casa, sono sola, il dolore quasi fisico mi prende la bocca dello stomaco, il vuoto è dentro di me, intorno a me, devo colmarlo o impazziro’, apro il frigo.”

Valentina De Luca

“A volte, quando passo di fretta davanti a una vetrina, salto dalla sorpresa. Mi succede sempre meno, ma è come se non mi ricordassi più che sono ben diversa da prima.
Prima avrei visto una donna enorme, taglia sessanta per capirsi, con i capelli cortissimi, pochissimo trucco e vestita in modo dozzinale.”