Il disagio psichico della persona obesa 1 aprile 2016

Di Simona Novi, Psicologa e Psicoterapeuta, Centro Medico Fontana, Nocera Superiore

Il disagio psichico della persona obesa

“…Cammino per strada, vedo un bel vestito, vorrei comprarlo per la festa di stasera. Ma a cosa serve, io sono orrenda, non troverò mai un uomo, resterò sempre sola. Mamma dice che sono una fallita, ha ragione. Cosa avranno mai quei ragazzi da ridere … e la commessa, perché mi ha lanciato quello sguardo di sdegno? E’ tutto inutile, ho deciso, non vado alla festa, resto a casa con mamma.

Mi guardo allo specchio, ma sono davvero io quel lottatore di sumo, che vedo riflesso? Che bello sarebbe se domani potessi svegliarmi nel corpo di un’altra, vorrei che un’altra vivesse nel mio corpo. La dottoressa mi dice che non voglio svincolarmi da mia madre, ma lei non capisce, mia madre ha ragione! Che mi importa di resistere, io voglio mangiare, io sono solo un’obesa.”

 

L’approccio integrato all’obesità si propone di focalizzare l’attenzione sulla persona, nei suoi aspetti fisici e psichici, per poter implementare un approccio terapeutico efficace. Infatti, se da un punto di vista organico, è di frequente riscontro, nella pratica clinica, la correlazione tra obesità e sindrome metabolica o diabete; da un punto di vista psicologico, sarà essenziale per lo specialista clinico, l’indagine sulle motivazioni sottese, che conducono all’adozione di uno stile di vita dis-funzionale e delle caratteristiche di personalità che incidono nel mantenimento del disturbo.

Da un punto di vista psicologico è nota l’associazione, tra obesità e disturbi dell’umore (disturbi depressivi, disturbi bipolari), disturbi dello spettro ansioso (ansia generalizzata, panico, fobia sociale) e disturbi dell’alimentazione come BED o disturbo dell’alimentazione incontrollata e NES ovvero Night Eating Syndrome.

Dal punto di vista della personalità, spesso gli obesi, appaiono insicuri, il cibo, infatti è da loro generalmente vissuto, come fonte di protezione. Risultano poco attivi e sono affettivamente dipendenti dalle figure dei genitori.

Spesso, per colmare i loro vuoti affettivi, sono predisposti ad assecondare i bisogni degli altri. Frequenti sono i vissuti di scarsa autostima, di pretesa affettiva e di dipendenza da stimoli esterni. Questi soggetti sentono di essere scarsamente incisivi sull’ambiente circostante, per cui si sentono spesso impotenti e inadeguati.

In un contesto emotivo di queste caratteristiche, si instaurano dei meccanismi di compensazione come l’assunzione compulsiva di cibo, che ha la finalità di fare da contenitore all’angoscia e all’insicurezza sottostanti.

Nel trattamento dell’obesità, per ogni persona obesa, sarà necessario un inquadramento psicopatologico preliminare. Ad esempio, sarà necessario, valutare l’associazione contemporanea (comorbosità) con un disturbo psichiatrico e considerare le caratteristiche della personalità che possono condizionare in maniera dis-adattiva il paziente, rispetto a sé stesso e al suo contesto di vita.

Pare, ovvio, che le informazioni così ricavate, oltre che essere importanti da un punto di vista diagnostico, rappresentino il substrato su cui formulare l’intero programma terapeutico, all’interno del quale, sarà possibile considerare anche l’eventualità di un intervento psicoterapeutico.

E’ noto, come l’approccio psicoterapeutico, non sia adatto a tutte le tipologie di pazienti, perché non tutti sono in grado di accedervi ottenendo gli stessi vantaggi.

Sarà lo psicologo-psicoterapeuta, ad individuare l’approccio più adatto alle caratteristiche dello specifico caso clinico: individuale, di gruppo, familiare oppure cognitivo-comportamentale?

Di particolare rilevanza, stanno assumendo negli ultimi anni le esperienze di gruppi di auto-aiuto. Il primo passo sarà quello di aiutare la persona obesa a connettere la sua sindrome, con la dimensione psicologica sottesa.