Il sollievo del perdono 6 dicembre 2013

perdono

«Nel corso della storia il perdono è stato invocato dalla religione e da leader politici come la risposta moralmente corretta nei confronti di un’offesa. Il nostro studio ora indica che il perdono affonda le proprie radici nel cervello, e che si configura come un processo cognitivo articolato che può consentire all’individuo di superare stati emotivi negativi tramite la rivalutazione in termini positivi di un evento»: è quanto sintetizza Pietro Pietrini, dell’Università degli Studi di Pisa, che ha guidato una ricerca che dimostra scientificamente come il perdono produca nell’animo umano stati emotivi positivi, faccia stare meglio, e porti sollievo.

I ricercatori italiani hanno misurato con la risonanza magnetica funzionale le attività di diverse regioni cerebrali di un gruppo di persone cui è stato chiesto di immaginare situazioni dolorose, come un tradimento amoroso, e di rispondere perdonando oppure provando risentimento, oppure immaginando di vendicarsi; al termine di ogni situazione i soggetti hanno assegnato un punteggio alle sensazioni che avevano provato, e al livello di sollievo che hanno percepito quando hanno immaginato di perdonare. È stato possibile rilevare che si è messa in moto una complessa rete cerebrale che include la corteccia prefrontale dorsolaterale, la corteccia del cingolo, il precuneo e la corteccia parietale inferiore.

La corteccia prefrontale dorsolaterale è coinvolta nella modulazione dei vissuti emotivi mediante processi di ristrutturazione cognitiva, cioè come percepiamo un evento e la sua influenza sul nostro vissuto emotivo: un licenziamento può essere vissuto come un fallimento o come un’opportunità di cambiamento, o come un’ingiustizia; l’attivazione di questa corteccia può indicare che la rilettura in termini positivi di un evento negativo sia un processo fondamentale quando si perdona qualcuno che ci ha fatto del male.

L’attivazione, invece, della corteccia parietale inferiore, regione associata all’empatia, e del precuneo, utilizzata per immedesimarsi nell’altro da sé, indica come sia importante, per perdonare, comprendere che chi ci ha offeso è un essere umano simile a noi, e che anche noi, nelle stesse circostanze, potremmo comportarci allo stesso modo.

Lo studio italiano è stato pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, ed è stato finanziato dalla Campaign for Forgiveness Research della statunitense John Templeton Foundation, che da quindici anni promuove ricerche sulla natura e l’efficacia del perdono.

 

Fonti
Emiliano Ricciardi, Pietro Pietrini et al – How the brain heals emotional wounds: the functional neuroanatomy of forgiveness. Front Hum Neurosci 7:839.2013

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