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L’impatto economico del diabete 24 aprile 2012

Crescente l’impatto della pandemia di diabete sulla già fragile economia europea. L’IDF (International Diabetes Federation) ha stimato in 89 milioni di euro, 150 per ogni abitante, i costi sostenuti in Europa nel 2011 per la cura e l’assistenza alle persone malate di diabete e delle patologie collegate: una cifra corrispondente a quanto peserà sulle tasche degli italiani l’intera manovra “Salva Italia” nel triennio 2012-2014. L’allarme è arrivato a conclusione dell’European Diabetes Leadership Forum svoltosi a Copenhagen il 25 e il 26 aprile 2012.

I paesi considerati dall’IDF, che ha quantificato i costi diretti, sono i 27 dell’Unione Europea più Albania, Islanda, paesi dell’ex-Jugoslavia, Norvegia, Svizzera e Turchia; il numero totale di cittadini residenti in questi paesi nel 2011 è di circa 600 milioni (da 0 a 100 anni), 35 dei quali (5,8%) con diabete di tipo 1 e 2; il numero dei malati e i costi sostenuti varia molto da stato a stato, con una prevalenza (percentuale di soggetti malati) che va dal 2,8% dell’Albania al 9,8% del Portogallo, con l’Italia al 4,9% (dati Istat 2011), mentre i costi per malato variano dai quasi 7mila euro (6.896) spesi dalla Norvegia ai 312 dalla Macedonia. Questi dati sono stati diffusi nel corso dell’European Diabetes Leadership Forum (EDIF), l’incontro di oltre 700 specialisti organizzato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e dall’Associazione Danese per il Diabete, che si è tenuto a Copenhagen, con il Patronato della Presidenza Danese del Consiglio dell’Unione Europea e il contributo non condizionato dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk. Sul problema dei costi si sono pronunciati vari partecipanti.

Il presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory e Rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, Renato Lauro, spiega: «Il diabete, in particolare quello di tipo 2, è una malattia in crescita accelerata, che comporta costi importanti per ogni sistema sanitario; costi che sono molto diversi in ogni realtà, dipendendo dall’organizzazione, dalle cure, dalle tecnologie impiegate»; il presidente dell’ European Public Health Association (EUPHA), Walter Ricciardi, aggiunge: «A fianco di questi costi non dobbiamo dimenticare quelli cosiddetti indiretti, come per esempio la riduzione della produttività, non quantificati dalle stime dell’IDF ma che incidono non poco sulla valutazione economica complessiva della malattia diabetica».

Il responsabile del Dipartimento di Farmacologia Clinica ed Epidemiologica del Consorzio Mario Negri Sud e capo analista dell’Italian Barometer Diabetes Observatory, Antonio Nicolucci, precisa: «Infine, si consideri che le malattie croniche come il diabete possono avere un impatto significativo sul bilancio di ogni famiglia, con un risultato ulteriormente negativo sul Prodotto Interno Lordo (PIL) di un paese».

Per affrontare il continuo aumento dell’incidenza della malattia, il Forum danese si è dato l’obiettivo di trovare le misure che consentano a molti paesi di modificare, modernizzandolo, l’atteggiamento che hanno ancora nei confronti delle malattie croniche, in particolare del diabete. Spiega il presidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’Efficacia e l’Efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, Ignazio Marino: «La maggior parte dei sistemi sanitari sono oggi impostati con l’obiettivo di curare i sintomi delle malattie acute; sono ancora poco efficienti quando si tratta di prevenire le malattie, di diagnosticarle precocemente, di gestire le condizioni croniche. Prevenzione, soprattutto nel caso di una condizione come il diabete di tipo 2, facilmente prevenibile agendo sui fattori di rischio modificabili come alimentazione e attività fisica; diagnosi precoce, che diminuisce il rischio di complicanze, e maggiore controllo, sono le parole chiave di una strategia integrata, centrata sulla persona, che dovrebbe affermarsi sempre di più».

La situazione in Italia sta migliorando grazie anche agli Standard Italiani per la Cura del Diabete mellito, le linee guida e le raccomandazioni per la diagnosi e il trattamento del diabete e delle sue complicanze, messi a punto dalle società scientifiche insieme alle organizzazioni delle professioni sanitarie e del volontariato, e con il concorso dell’Istituto Superiore di Sanità; il presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e dell’Associazione Parlamentare per la Tutela e la Promozione del Diritto alla Prevenzione, Antonio Tomassini, osserva: «Il diabete è una pandemia globale che interessa tutti noi.

Il nostro paese, dal punto di vista delle azioni politiche, può considerarsi all’avanguardia per quanto attiene il diabete. Si è dotato di una legge, la 115/87, che già un quarto di secolo fa definiva il diabete come una malattia ‘di alto interesse sociale’; ha redatto nel 2009 il Manifesto per i Diritti della Persona con Diabete; ha una Commissione nazionale per i Diritti delle Persone con Diabete, per citare solo alcune delle iniziative che stanno facendo scuola nel mondo». Il presidente dell’AMD (Associazione Medici Diabetologi), Carlo Giorda, spiega: «L’Italia dispone di una rete di 650 Centri specialistici per il diabete: i Servizi di Diabetologia, presenti diffusamente sul territorio che, grazie ad accordi specifici volti alla definizione di percorsi diagnostico-assistenziali condivisi, sempre più si stanno integrando con la rete dei medici di Medicina generale, nell’ambito del nostro Servizio sanitario, per mettere in atto un modello di cura della malattia cronica basato sulla centralità della persona con diabete».

Il Capo Dipartimento della Sanità Pubblica e dell’Innovazione del Ministero della Salute, Fabrizio Oleari, precisa: «L’Italia si è dotata dal 2004 di un Piano nazionale di Prevenzione, che prevede anche una parte dedicata alla malattia diabetica e in particolare alla prevenzione delle sue complicanze; ha predisposto inoltre, presso il Ministero, un Comitato permanente con l’obiettivo di preparare un Piano Nazionale Diabete e, infine, nel Piano Sanitario Nazionale 2011-2013, ha posto la malattia fra le sue priorità. Certo, è sempre possibile fare di più. La discussione a Copenhagen è stata molto proficua; attendiamo il documento conclusivo, che valuteremo in ogni suo dettaglio».
Nei prossimi vent’anni è prevista in Europa una crescita del numero di persone con diabete che si ‘limiterà’ al 23%, cioè circa 43 milioni di persone, ma l’incremento raggiungerà percentuali ben più alte nei paesi del Medio Oriente e del Sud-Est asiatico.
 
 
 

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