La relazione con il proprio corpo 2 marzo 2013

Dott.ssa Rossella Bossa, specialista in psicoterapia comportamentale-cognitiva 

La relazione che una persona instaura con il proprio corpo viene definita “vissuto corporeo”. Questo termine è indicativo dell’importanza che il corpo assume nell’esperienza quotidiana. Il nostro corpo ci racconta la nostra vita, per esempio con i segni lasciati dal tempo che passa. Ma non solo.

Quando ci guardiamo allo specchio, non vediamo solo le “sembianze corporee”, ovvero le dimensioni e il contorno della nostra figura, bensì anche la nostra immagine interiore, anzi forse è proprio questa la dimensione più difficile da accettare e ancora di più da amare; quel sé invisibile che le persone obese nascondono sotto i troppi chili di grasso e che vorrebbero fosse amato prima di tutto dagli altri…
Tutti hanno pensato, almeno una volta, “vorrei essere amata (o amato), per come sono, con i pregi e i difetti”; tutto “il pacchetto”, incondizionatamente, senza pretese di farci cambiare gli aspetti meno gradevoli, o vincere a tutti i costi le nostre debolezze. Le persone con problemi di obesità non fanno eccezione, anzi. La loro battaglia è soprattutto questa.
Prima di combattere il peso in eccesso combattono contro il peso dei pregiudizi e dello stigma, una battaglia legittima, che rischia tuttavia di far perdere di vista la relazione tra obesità e salute, importante presupposto che guida alla soluzione del problema alla radice. Si è portati a pensare che sconfiggere l’obesità significhi soprattutto eli inare l’alone negativo che la circonda, l’obiettivo primario diventa “farsi accettare e amare per ciò che si è.” Questo può essere uno dei motivi per cui alcune persone aspettano anni prima di approcciare una soluzione definitiva come quella chirurgica, spesso considerata inizialmente quasi come una sconfitta; un arrendersi all’evidenza che l’apparire è considerato più importante dell’essere, della vera sostanza del sé.

Il corpo ci mostra spesso ciò che non vorremmo vedere, ma soprattutto ci dice cose che non vorremmo “sentire”…

Ad esempio che abbiamo fallito una dieta per l’ennesima volta, che non abbiamo abbastanza auto-controllo, che il cibo è stato ancora una volta più forte di noi. Riflessa nello specchio, una persona obesa vede un’immagine rappresentativa di una battaglia persa. Un’immagine che suscita un insieme di emozioni e di pensieri negativi che vanno oltre la corporeità, come il senso di insoddisfazione, di frustrazione e di colpa, il timore di non essere accettati, o di essere addirittura discriminati. Ma ciò che fa ancora più male è forse il pensiero di ciò che gli altri possono pensare: “dovrebbe controllarsi… come è possibile ridursi così… forse è una malattia”.
Questo contorno di emozioni e pensieri attorno al corpo costituisce l’immagine corporea. E’ facile intuire come nelle persone obese, un’immagine corporea negativa sia un fardello pesante che può avere ripercussioni a tutti i livelli: nella relazione con se stessi, quindi nell’autostima, nelle relazioni sociali, in famiglia, nella realizzazione professionale.
Il corpo non è infatti solo narrazione del sé, è anche uno strumento del sé. E’ lo strumento che utilizziamo per relazionarci con gli altri e per interagire con l’ambiente che ci circonda. Per vivere in uno stato di benessere, il corpo e la mente devono agire in armonia. Le persone obese soffrono perché il loro corpo non può seguire i loro desideri, i loro progetti, i loro piccoli gesti quotidiani. Vorrebbero giocare a pallone con il proprio figlio, ma il loro corpo non li può seguire, vorrebbero uscire con gli amici, ma non sanno che tipo di sedia possono trovare al ristorante o al cinema e per evitare imbarazzo e umiliazione “scelgono” di rimanere a casa. Trovare un abbigliamento femminile e alla moda diventa frustrante, vestirsi diventa un modo per coprirsi. Il corpo obeso limita i movimenti ma provoca anche intenso disagio nello stare seduti o fermi, per esempio per il dolore alla schiena e alle articolazioni, o per la difficoltà di respiro.
Il corpo, questo importante strumento di interazione e relazione, diventa quindi un grosso limite e una fonte di frustrazione. La vita diventa una corsa in auto con il freno a mano tirato. Tanta fatica in più con una resa notevolmente inferiore.

Come giustificare il proprio corpo che costringe a una “vita a metà”?
Per esempio convincendosi  che le persone obese sono diverse, dotate di maggiore sensibilità, vivendo per questo in un mondo a parte, impenetrabile, che nessuno può comprendere. Il mondo “reale” è impietoso, propone modelli di corpi scolpiti e perfetti, irraggiungibili per la maggior parte delle persone.
La triade giovinezza-bellezza-salute è conditio sine qua non per ottenere considerazione e rispetto, quindi per essere felici. Impossibile tentare un confronto. Meglio costruire un mondo parallelo, dove si possono trovare persone che condividono lo stesso modo di pensare, gli stessi problemi, gli stessi sogni irrealizzabili. Ma alla lunga questa soluzione non si rivela efficace, non aiuta a vivere meglio, non aiuta a vivere una vita piena.

 

Fonti

Elena Faccio – Le identità corporee. Quando l’immagine di sé fa star male. Ed Giunti, 2007