Le Italiane stanno bene e vivono più a lungo degli uomini, ma la differenza diminuisce 18 dicembre 2013

salute donne

Nel IV Libro Bianco di Onda (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna), realizzato in collaborazione con Farmindustria e presentato nei giorni scorsi, sono illustrati i dati relativi allo stato di salute delle donne italiane; uno dei dati più rilevanti è quello che rivela come, pur vivendo le donne più a lungo degli uomini, la forbice si stia riducendo, visto che dal 2009 al 2011 l’aspettativa di vita dei maschi è aumentata di 8,5 mesi (79,4 anni), mentre quella delle donne solo di sei mesi (84,5 anni).

Francesca Merzagora, presidente Onda puntualizza: «L’analisi trasversale degli indicatori al femminile documenta che lo stato di salute delle donne è complessivamente buono, anche se fra macroaree geografiche e singole regioni permangono marcate differenze in termini di distribuzione del benessere, accessibilità e appropriatezza dei servizi offerti, con il Meridione e le Isole in posizione nettamente più svantaggiata rispetto al Centro e al Nord». Si conferma la necessità di un piano sanitario orientato alle differenze di genere, finalizzato a campagne di prevenzione accessibili, di qualità, e ‘a misura di donna’.

L’industria farmaceutica, inoltre, è impegnata sul fronte della medicina di genere, mettendo a punto medicinali specifici, come spiega il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: «Oggi nel mondo si contano più di 850 farmaci in sviluppo per le malattie che colpiscono il genere femminile. Anche in Italia cresce il numero degli studi clinici che coinvolgono solo donne, e oltre il 64% di questi riguarda l’area oncologica; dati che testimoniano l’impegno del settore, ma non ci inducono ad accontentarci, è una sfida che gli imprenditori del farmaco raccolgono volentieri, facendo leva sul lavoro fondamentale delle tante donne che popolano le imprese farmaceutiche, oltre il 40% degli addetti e più del 50% dei ricercatori».

Secondo i dati del Libro Bianco, l’orientamento di genere della medicina potrà far risparmiare il Servizio Sanitario Nazionale, per esempio contribuendo alla diminuzione del numero di reazioni avverse ai farmaci; spiega Merzagora: «Un’ottica di genere permette la valutazione delle differenze di outcome terapeutici fra uomo e donna, diminuendo gli errori nelle prescrizioni, aumenta la sicurezza dei trattamenti farmacologici, e garantisce un’adeguata appropriatezza terapeutica, oltre ad avere un impatto positivo sui fattori socio-economici e culturali».

In generale, le condizioni di benessere fisico delle donne sono buone, anche se non diminuiscono sovrappeso e obesità, anche a causa della maggiore sedentarietà femminile (44,37% contro 34,98%); sono più soggette a patologie cronico-degenerative, come artrosi e demenza, e consumano più farmaci (42,92% contro 34,31%).

Le donne che vivono nel Nord Italia si ammalano più frequentemente di tumori maligni, nonostante la prevenzione che, attuata con screening organizzati, è migliorata in tutto il paese, nonostante persistano differenze fra le macroaree geografiche, soprattutto per la vaccinazione contro il Papillomavirus, che è lontana dagli obiettivi prestabiliti ed è ancora praticata in modo disomogeneo.

Gli uomini risultano invece più soggetti a malattie ischemiche, e il numero dei loro ricoveri per queste patologie sono più che doppi rispetto a quelli femminili (961,7 contro 341,1 per 100mila abitanti), ma alcuni fattori di rischio per le malattie cardiovascolari sono in aumento fra le donne, come la sedentarietà, il sovrappeso, l’obesità.
Fra le donne, soprattutto fra quelle della fascia di età fra i 45 e i 54 anni, aumentano i disturbi relativi alla salute mentale, e aumenta anche il numero di ricoveri per disturbi psichici da abuso di droghe, fenomeno che ci accomuna all’Europa, dove quasi la metà della popolazione (40%) soffre di disturbi mentali, di ansia e di depressione.

Per quanto riguarda la salute materno-infantile, i dati del Libro Bianco di Onda confermano che rimane alta e disomogenea la percentuale di parti cesarei: 38,71% la media nazionale, con estremi che vanno dal 23,99% del Friuli Venezia Giulia, al 61,72% della Campania; sono diminuiti i punti nascita, e sono diminuite anche le strutture dotate di Terapia Intensiva Neonatale dove avvengono meno di 800 parti all’anno.

 

Fonte
Libro bianco sulla salute della donna. Stato di salute e assistenza nelle regioni italiane, ONDA. Franco Angeli Ed, 2013

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