Obesi si nasce? Fattori genetici 27 marzo 2014

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MA SE SI AGISCE NEI PRIMISSIMI ANNI SI PUO’ FARE MOLTO PER NON DIVENTARLO ANCHE DA ADULTI.

Un bambino sovrappeso a 3 anni ha un rischio 4 volte superiore di restarlo da adolescente e da adulto.

Un recente studio, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica New England Journal of Medicine, condotto su un vasto campione di oltre 7.700 bambini e ragazzi ha riconfermato i risultati di studi precedenti: ben un terzo dei soggetti che sono sovrappeso già all’asilo diventano obesi una volta adolescenti. Molti lo rimangono da adulti come dimostrato anche da ulteriori studi.

Secondo gli Autori dello studio tale andamento potrebbe essere dovuto alla combinazione di fattori di predisposizione genetica al sovrappeso e all’obesità e fattori ambientali che favoriscono un consumo eccessivo di  calorie e uno stile di vita errato.

Alla luce delle ultime ricerche emerge con sempre maggiore chiarezza che SE SI RIESCE AD ARRIVARE ALL’ASILO SENZA ESSERE IN SOVRAPPESO SI HANNO MOLTE PIÙ PROBABILITÁ DI NON DIVENTARE OBESI IN ADOLESCENZA O NELL’ETÁ ADULTA, con tutto ciò che ne consegue. I motivi non sono ancora chiari ma molti studi sono in corso in tal senso.

La ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine ha esaminato i bambini a partire dall’asilo ma i ricercatori erano a conoscenza  anche del peso di ciascun soggetto alla nascita in modo da correlare anche questo dato e confermare che la maggior parte dei bambini sovrappeso/obesi all’asilo lo erano già alla nascita (minimo 3.9 kg).

Ma perché c’è da chiedersi tutte le importanti e numerose iniziative finora fatte non hanno dato i risultati sperati? Gli autori di questa importante ricerca lasciano supporre che una delle motivazioni potrebbe essere che una volta arrivati ai 5 anni in sovrappeso/obesità il dado è stato tratto, in altre parole i giochi sono fatti.
Certo i fattori genetici contano e la predisposizione alla nascita riveste un ruolo determinante nell’insorgenza dell’obesità e questo di per sé è un dato ormai noto da tempo (indice di massa corporea altamente ereditabile), ma fortunatamente il nostro destino non è determinato solo dai geni.

Sappiamo che lo stile di vita, l’alimentazione, l’esercizio fisico possono ridurre gli effetti di base della genetica e questo rappresenta di per sé un aspetto davvero importante su cui riflettere per proteggere i nostri bambini dal rischio di sovrappeso. Il ragionamento da fare è: se per un adulto in sovrappeso rientrare nella norma implica una riduzione di molti chili (10-15-20-25 e oltre) per un bambino in realtà si tratta di perdere pochi chili per invertire la tendenza.

Ma quando bisogna agire per riuscire a farlo?
Diversi studi hanno dimostrato che è possibile intervenire in modo efficace ma bisogna farlo sin dai primissimi anni di vita, ancora prima dell’asilo insegnando ai bambini buone abitudini alimentari e di movimento. Chi impara uno stile di vita sano e regolare sin dall’infanzia difficilmente se ne allontanerà negli anni successivi. Le buone abitudini si imparano sin da piccoli. I genitori sono avvisati!

In Italia, solo il 5% dei bambini segue un’alimentazione conforme alla cosiddetta dieta mediterranea. Secondo una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) bel il 31% dei bambini fa una colazione inadeguata ovvero sbilanciata nel rapporto tra carboidrati e proteine, il 65% fa una merenda troppo abbondante a metà mattina e bel il 44% consuma abitualmente bevande zuccherate o gassate. Spesso queste errate abitudini si associano alla mancanza di attività fisica e di sport proprio nell’età in cui sarebbe più necessaria per un corretto sviluppo.

Secondo la più recente indagine di Save the Children, la crisi economica non migliora le cose anzi: 1 bambino su 4 non fa moto nel tempo libero, in quasi il 30% dei casi per il costo eccessivo delle strutture: è quanto hanno affermato i genitori nel 2013 con un incremento del 13% rispetto alla stessa risposta del 2012.

Fonte
Cunningham SA, Kramer MR, Narayan KM – Incidence of childhood obesity in the United StatesN Engl J Med. 2014 Jan 30;370(5):403-11

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