Obesità e stigma sociale: alcune riflessioni 18 aprile 2017

Obesità e stigma sociale: alcune riflessioni

I pregiudizi negativi e le discriminazioni a carico delle persone – soprattutto donne – con obesità sono potenti e sottili e determinano un notevole disagio e conseguenze spesso devastanti per la qualità di vita delle persone. I pregiudizi di medici e personale paramedico possono addirittura ritardare l’accesso alle cure.

 

Pregiudizi e discriminazione sociale

Il mito della magrezza, nel mondo occidentale, è un valore dominante. Essere magri nell’immaginario comune è sinonimo di giovinezza, bellezza, attrazione sessuale, forza morale, capacità lavorativa, successo, felicità. L’eccesso di peso, l’obesità – al contrario – viene disprezzata, rifiutata, derisa. Questo provoca gravi discriminazioni e uno stigma sociale che condiziona fortemente gli stessi soggetti con obesità che generano e coltivano sentimenti di inferiorità, vergogna e segno di colpa; sentimenti che favoriscono l’accumulo di ulteriore peso e progressivamente li isolano dalla vita sociale.

Molti studi hanno rilevato – così come molti tristi fatti di cronaca – che fin dall’infanzia, un bambino con obesità è spesso vittima di fenomeni di bullismo perché considerato dai coetanei come “brutto, sporco, bugiardo, pigro …”.

In età successive, lo stigma di cui sono fatte oggetto le persone con obesità crea ostacoli rilevanti prima in ambito scolastico e poi in ambito lavorativo, nelle relazioni sociali e in quelle affettive e sentimentali. Alcuni studi evidenziano che il fenomeno è particolarmente grave nei confronti delle adolescenti e delle donne in genere.

Pregiudizi e condizionamenti negativi da parte dei medici

Non meno deleteri sono i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi (comunicazione meno precisa, minor tempo dedicato etc) di alcuni medici e del personale paramedico nei confronti delle persone con obesità – pregiudizi consci e inconsci, impliciti od espliciti, dovuti spesso anche alla mancanza di un’adeguata informazione e formazione sul problema, molto diffusi in alcune aree sociali – che, tuttavia, possono esercitare una subdola e pesante influenza sulla comunicazione medico-paziente, sull’accesso alle cure, sull’efficacia dei trattamenti e sull’aderenza agli stessi da parte del paziente nel corso del tempo. Quando il paziente con obesità percepisce che il proprio peso è fonte di imbarazzo tende ad evitare la cura e le occasioni di visita con il medico che è la fonte stessa del disagio e questo può creare, nel tempo un ritardo nella presa in carico del paziente stesso, consentendo alle complicanze di evolversi. Molti studi hanno evidenziato che i pazienti che si sentono giudicati dal proprio medico sono meno motivati a perdere peso e/o a mantenere l’eventuale perdita già raggiunta e danno meno valore alla propria salute.

Gli effetti dello stigma possono essere sia immediati che a lungo termine. I pregiudizi del proprio medico curante possono far sentire il paziente umiliato, insoddisfatto e abbandonato da una figura professionale che dovrebbe essere di riferimento e sostegno; l’autostima del paziente si riduce, aumenta lo stress con il rischio di un ulteriore incremento di peso. L’esposizione continua ad alti livelli di ormoni dello stress (carico allostatico) ha effetti deleteri nel lungo termine, inclusi disturbi cardiaci, depressione e attacchi d’ansia che sono molto frequenti nei soggetti con obesità e che si legano spesso alla percezione costante di essere discriminati per il proprio peso. La persona tende progressivamente all’isolamento e si riduce nel complesso la sua qualità della vita.

 

Consigli adeguati e non semplicistici

Ci sono medici che – per loro stessa ammissione – non amano trattare l’obesità, si sentono impreparati a farlo e sono i primi a non credere che i loro pazienti con eccesso di peso siano in grado di cambiare il proprio stile di vita. In genere, lo si capisce dall’atteggiamento, dal tono di voce, dalle parole che usano e spesso dai consigli troppo semplicistici che forniscono, senza tener conto che l’obesità è una patologia complessa, con radici molto profonde, che spesso nasconde un vuoto affettivo, un abbandono, un abuso, dipendenze d’affetto e molto altro. Può capitare, per esempio, che un medico sottovaluti le cause dell’obesità, consigliando semplicemente di eliminare il fast food o di prendere le scale invece dell’ascensore (ottimi consigli per mantenere in forma una persona normopeso o sovrappeso ma chiaramente insufficienti per una persona con obesità e che tendono a ritardarne la presa in carico da parte di un team multidisciplinare). Questi consigli non tengono conto della complessità dell’obesità e diffondono il messaggio erroneo che la perdita di peso derivi semplicemente da una riduzione dell’introito di calorie rispetto al consumo di calorie. Questi consigli, anche formulati in buona fede, possono creare delle aspettative non realistiche sugli effetti di piccole modifiche dello stile di vita che nel tempo possono sviluppare delusioni nei pazienti, recidive e quindi – in sostanza – peggiorare il problema. La comunicazione con il medico diventa più difficile: la persona si sente giudicata, considerata non come persona nella sua globalità ma solo per il suo eccesso di peso, per la sua “identità stigmatizzata”.

 

Quando l’ambiente della visita non è adeguato

Spesso è l’ambiente stesso in cui avviene la visita o il ricovero a mettere a disagio la persona con obesità e a farla sentire non accolta. Nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico, la scelta di sedie con braccioli può essere molto scomoda e troppo piccola per una persona con obesità così come la mancanza di strumenti adeguati in dimensioni per esempio per la misurazione della pressione arteriosa o per esami pelvici o altro. Quando le alternative più ampie non sono disponibili o sono collocate in posti non facilmente raggiungibili come può sentirsi una persona obesa se non delusa e umiliata?

 

Potenziali strategie per ridurre lo stigma in ambito clinico

Alcuni centri dedicati si sono già mossi da tempo con corsi di formazione per medici e infermieri e con l’organizzazione di ambienti e attrezzature adeguati ai pazienti con obesità in modo che possano sentirsi accolti e a proprio agio durante tutto il loro percorso si cura. Ma c’è davvero ancora moltissimo da fare in questo senso.

Ridurre il pregiudizio verso il paziente con obesità è una responsabilità che va condivisa tra medici, infermieri, personale e i sistemi sanitari /organizzazioni che nel loro insieme hanno il potere di attuare strategie di intervento in senso lato.

Tra le strategie che possono essere messe in atto, ci sono, per esempio:

  1. aumentare l’empatia dei medici e del personale paramedico attraverso esercizi finalizzati ad adottare il punto di vista dei pazienti;
  2. modificare la percezione delle norme in materia di stereotipi e atteggiamenti negativi nei confronti delle persone con obesità, fornendo informazioni adeguate e sottolineando l’evidenza che tra coetanei non c’è motivo di tenere atteggiamenti negativi o carichi di pregiudizi. Per minimizzare la percezione che il pregiudizio anti-grasso rappresenti la norma in ambito ospedaliero, una strategia potrebbe includere una politica di tolleranza zero nei confronti di commenti o scherni che possano denigrare od umiliare un paziente sulla base del suo peso;
  3. incoraggiare la formazione e la pratica di tecniche per l’autocontrollo e la gestione delle emozioni di medici e personale paramedico che favoriscano atteggiamenti positivi e accoglienti. L’ambiente ospedaliero è particolarmente stressante e carico emotivamente; inoltre la frustrazione che i medici possono sentire verso i pazienti particolarmente “difficili” o “complessi” può sviluppare emozioni negative che vanno gestite e trasformate in energia positiva e comprensione delle esigenze dell’altro;
  4. fornire ai medici e al personale tutti gli strumenti utili per esaminare e riflettere sui propri stereotipi sulle persone con obesità; informarli sulla natura automatica di questi atteggiamenti e incoraggiare uno sforzo personale verso un comportamento più consapevole ed equo verso tutti i pazienti, indipendentemente dal peso corporeo e dai chili in eccesso;
  5. educare i medici e il personale paramedico alla complessa rete di fattori sociali, psicologici, biologici, ambientali e genetici che portano all’eccessivo accumulo e alla perdita di peso. I medici che conoscono questa complessa rete multifattoriale mostrano un atteggiamento molto più positivo ed accogliente verso le persone con obesità, sono più portati all’ascolto del proprio paziente, lo mettono al centro della loro comunicazione, indipendentemente dal peso e forniscono informazioni meno semplicistiche e più convincenti per i pazienti con obesità, favorendo la creazione di un rapporto di fiducia medico-paziente estremamente importante per tutto il percorso del paziente e una maggiore motivazione e adesione alla cura nel tempo. Il paziente diventa più consapevole dei rischi dell’obesità nel suo complesso e di quanto possa davvero fare per la propria rinascita, una volta che decide sul serio di reagire.

I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto (GAMA) di Amici Obesi

Bullismo. Parlare del problema in famiglia può fare la differenza

Un recente studio americano –pubblicato sul Journal of Clinical Child and Adolescent Psychology, 2017 – ha evidenziato come i bambini intorno ai 10-11 anni abbiano maggiori probabilità di intervenire contro i bulli a difesa delle vittime durante episodi di bullismo a scuola se i genitori insegnano loro ad essere consapevoli e ad agire in difesa delle vittime piuttosto che a rimanerne fuori e/o a far finta di niente. Tra l’altro, quest’ultimo comportamento si associa a una maggiore probabilità di diventare essi stessi artefici in futuro di episodi di bullismo.

 

L’esperienza positiva dei gruppi di auto-aiuto

I gruppi di auto-aiuto sono sempre più riconosciuti come uno strumento e uno spazio efficace che integra ed estende l’attuale sistema di cura e assistenza sanitaria. Le persone ex obese o con obesità possono confrontarsi liberamente sulle problematiche connesse alla malattia e alle sue complicanze su un terreno di reciproco scambio di vissuti emozionali e psicologici che alimentano la fiducia, fungendo da forte fattore motivante, sia per intraprendere o mantenere – con maggiore motivazione – un percorso terapeutico, sia per migliorare e consolidare i risultati già ottenuti.

 

 

Fonti

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