Storie e Testimonianze

Uccidere l’obesità e salvarsi la vita 18 gennaio 2012

“Però salvarsela la vita” perché è tutto racchiuso in questa piccola frase. Uccidere l’obesità e salvarsi la vita. Ma come? Innanzitutto in un modo che può apparire semplice ma in realtà è devastante: ammettere di avere un problema.”

Marina Biglia, Presidente in carica dell’Associazione Insieme Amici Obesi No Profit

mmettere e accettare di essere obesi. Di essere malati. Perché è solo quando lo si accetta, che si inizia davvero a riprendere le redini della nostra vita. È la scoperta della consapevolezza. Ma lo faccio raccontare da Giovanni:
«Preso tra mille cose, il lavoro, i soldi che non bastano, gli amici, le donne, mentre meno me lo aspetto mi salta in mente la mia immagine e improvvisamente mi sento grasso. Eppure miguardo allo specchio tutti i giorni, mi vesto, mi faccio la doccia, so perfettamente di essere grasso, lo so da tutta una vita, non so come possa succedere così di punto in bianco.
Ho fatto di tutto, come molti, per dimagrire; sarei in attesa del BIB (palloncino gastrico) se si degnassero di dirmi qualcosa. Sento tutti i giorni mia madre che amabilmente me lo ricorda, eppure tutto scivola nella più consueta normalità.
Invece, a un bel momento, una lamata secca nella testa e ti senti grasso e dici: “E adesso?”
Questo mi ha portato a domandarmi fino ad oggi quale fosse l’immagine che avevo di me, al fatto che la maggior parte delle volte che vedo un obeso penso: “Io non sono come lui…”.
Rendetevi conto a quale grado di allontanamento della verità arriva il cervello.
Ho cercato di capire cosa fosse quella sensazione che per qualche secondo mi ha raggelato ed ho realizzato che era CONSAPEVOLEZZA. Non la consapevolezza quella tipo: “Sì, lo so, devo fare qualcosa ecc, ecc”, ma quella consapevolezza che, da soli, in silenzio, senti sussurrare. Come un protagonista di Matrix, quando proiettati nel mondo virtuale, l’immagine di se stessi è quella che si vorrebbe avere e non quella che si ha.»
A volte è una parola, un pensiero a farci capire che ce la siamo sempre e solo raccontata. Che siamo grassi, davvero grassi e che, “forse” siamo davvero tanto malati. Come ho già
affermato, accettare la malattia è un passo avanti. È il primo passo verso la guarigione.
Ma in altri casi il rifiuto è talmente forte che si arriva alla rassegnazione disperata, quando la consapevolezza fa veramente troppo male e pertanto si cede il posto a un dolore inenarrabile, come nel caso di Anna:
«Questa, in breve, è la mia ascesa verso i 100 chili!! Ero una ragazzina grassoccia ma non più di tanto. Poi un giorno, non ricordo bene perché, ho cominciato a vedermi “grossa” e improvvisamente ho smesso di mangiare.
Si dà il caso che in quel momento mio fratello si fosse ricoverato per una brutta appendicite, così sono stata padrona di fare quello che volevo.
Bisogna anche dire che una volta (sono nata nel 1953), non c’era così tanta attenzione; se non mangiavi non avevi fame e basta. Così, in pochi mesi di quasi totale digiuno, ho perso 20 chili, mi sentivo forte ma non avevo calcolato che prima o poi mi sarebbe tornata la voglia di mangiare. Una mattina, era il 19 di marzo, mia madre stava cucinando le frittelle di riso che io adoro (purtroppo anche oggi) così ne presi una bollente e l’addentai.
Non l’avessi mai fatto. Dolori di stomaco atroci che mi costrinsero ad andare al pronto soccorso e da lì accertamenti vari. Diagnosi: bolla gastrica, gastrite, deperimento…

Vi domandate come in casa non si fossero allarmati? Io sono la prima di 4 fratelli e gli altri tutti molto piccoli e mia madre avrebbe dovuto avere mille occhi e non sarebbero bastati lo stesso.
Così da allora ho fatto su e giù con il peso, mi curavo e mangiavo… ingrassavo 7, 8 chili, poi dieta. Le ho fatte tutte: dalle anfetamine (che una volta i medici davano con molta disinvoltura) a quelle drastiche (solo frutta, solo insalata e simili).
Facendo un piccolo calcolo ho perso e ripreso circa 200 chili forse di più! Ora sono alla soglia dei 100 e per 1.65 sono troppi, ma non mi riesce più perdere nulla. Ho 56 anni e comincio ad abituarmi all’idea che diventerò una vecchia obesa su di una carrozzina, perché mi devono operare a un’anca e rimando solo perché dicono che sono giovane!!!
Io in tutto ciò ho smesso di guardarmi allo specchio, di curarmi: non mi vesto più ma mi limito a coprirmi. Mi copro, odio la mia pancia enorme, i seni cadenti, e mi sento uno schifo, anche se rido, mi prendo in giro e lascio che tutti gli altri lo facciano. Non so se, e a chi, queste parole servano.
Non c’è ne capo ne coda, forse perché tutta la mia vita è un groviglio di dolore. Vi giuro che a volte la sensazione di dolore e vuoto è stata così incolmabile che tutto il cibo del mondo non sarebbe servito. Ho mangiato così tanto da avere la sensazione di scoppiare, la pancia tesa, il cuore che batte forte. Ma era la sola cosa che mi facesse sentire viva e nello stesso tempo mi desse la voglia di mangiare fino a scoppiare! Sono deliri che solo chi mangia come me può capire. Vorrei con tutta me stessa tornare ad un peso accettabile ma, nello stesso momento, vorrei non rinunciare a nulla.
Ci fosse una possibilità di aiuto, ma so che non c’è; io non ho soldi da buttare e così mi dovrò accontentare di quello che è…»

E invece non è così: noi sappiamo che la possibilità di stare meglio esiste. E non solo per chi ha soldi, ma davvero per tutti. E raccontarsi che non possiamo è solo la milionesima fuga.
Ma come riuscire a comunicare tutto ciò a chi sta soffrendo? Come comunicarlo in modo efficace e penetrante alle mille Anne che abbiamo conosciuto?
Come? In un solo e unico modo: con le nostre storie, con il nostro vacillare e rialzarsi. Coi nostri successi, difficili e sofferti. E con questa meravigliosa onda che è l’auto-aiuto, con l’indispensabile avvertenza di non sovrapporci ai medici, e di limitarci a consigliare ciò che sentiamo e proviamo a livello personale.
Leggo sul sito di un gruppo di auto-aiuto per i disturbi del comportamento alimentare: condizione necessaria alla pubblicazione testi è che siano messaggi di speranza e non di disperazione…
Rimango senza parole: questa frase cozza con ogni mio principio.
Perché in tal caso il nostro forum e la nostra associazione sarebbero privi di senso, non avrebbero ragione di esistere, se non ci fosse un immenso serbatoio per contenere tutte le lacrime…
Aiutando, chiaramente, a non cadere nell’esasperazione dell’autocompiacimento piagnucoloso. Ma con energia e coraggio, perché già solo il poter dialogare con altri malati, che hanno sofferto e soffrono come hai sofferto tu, è un modo di riprendere vita, un ponte robustissimo per superare le incertezze e per approdare ad una seria terapia, sia comportamentale che medica.
E guardare i compagni di cammino, che riescono a lottare con la malattia, che non si arrendono, ti fa dire: “Ma se lui ce l’ha fatta, perché io no ??” Ed una volta pronunciata questa frase, con l’anima ed il cuore, questa frase diventa il nostro urlo di battaglia.
Ricordo una scena di un bellissimo film: “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”, in cui una delle protagoniste, decisamente in sovrappeso, inizia la sua scalata al normopeso, dopo essere stata penosamente insultata al supermercato per la sua stazza e derisa da due ragazze nel parcheggio.
Il suo grido di battaglia è “ Towanda!” Lo urla mentre cerca una nuova se stessa. Ed è quello che vorrei urlassimo tutti.

Marina Biglia
Presidente in carica dell’Associazione Insieme Amici Obesi No Profit