Una possibile relazione fra cibo da asporto e obesità 18 marzo 2014

Una possibile relazione fra cibo da asporto e obesità

Una possibile relazione fra cibo da asporto e obesità

Secondo uno studio dell’Università britannica di Cambridge l’aumento del consumo di cibo da asporto, dovuto alla lontananza del luogo di lavoro da casa, potrebbe essere legato all’aumento dell’indice di massa corporea e dell’obesità; una possibile soluzione, suggerita dagli studiosi, sarebbe che gli amministratori pubblici mettessero dei vincoli alla presenza di punti vendita di alimentari lungo i tragitti maggiormente frequentati dai pendolari, in modo che i lavoratori siano spinti a portarsi il cibo, più sano, da casa.

I ricercatori sono arrivati a queste conclusioni studiando la relazione fra esposizione ai cibi da asporto, indice di massa corporea e obesità. Uno degli autori dello studio, il direttore del Centre for Diet and Activity Research dell’University of Cambridge School of Clinical Medicine, Nicholas Wareham, precisa: «Negli ultimi dieci anni il consumo britannico di alimenti da asporto è cresciuto del 29%, assieme al vertiginoso aumento dei punti vendita, cosa che potrebbe alimentare l’attuale epidemia di obesità. Abbiamo usato i dati del Fenland Study, svolto nel 2011 su una coorte di adulti fra i 29 e i 62 anni, residenti nel Cambridgeshire, nel Regno Unito. Usando i dati dei questionari alimentari compilati dai partecipanti, abbiamo stimato come marcatori del consumo alimentare da asporto l’assunzione giornaliera di pizza, hamburger, pollo fritto e patatine, correlando il dato all’indice medio di massa corporea, calcolato su altezza e peso, e alle probabilità di essere obesi o sovrappeso, sulla base delle definizioni date all’Organizzazione Mondiale della Sanità».

Dall’analisi dei dati è emersa non solo la relazione diretta fra consumo di cibo da asporto e sovrappeso, ma anche l’aumentata frequenza del fenomeno lungo i tragitti percorsi dai pendolari in cui erano più numerosi i punti vendita di questo tipo di alimenti.

Kathryn Neckerman, della Columbia University di New York, commenta, in un editoriale che accompagna la pubblicazione dello studio sul British Medical Journal: «Non è chiaro se gli sforzi per limitare i takeway sui tragitti dei pendolari potrebbero avere qualche impatto sull’obesità; quello che invece dovremmo trasformare è l’offerta, ciò che conta, infatti, è il menu e il suo prezzo, non il luogo di vendita».

I partecipanti allo studio sono stati oltre cinquemila (5.442), che percorrevano lunghi tragitti per recarsi al lavoro; i loro percorsi sono stati incrociati con la presenza dei punti di vendita di cibi da asporto.

 

Fonte
BMJ 2014; 348

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