Cristina: la paura di tornare come prima è quella molla che fa sì che io non molli mai!

Cristina: la paura di tornare come prima è quella molla che fa sì che io non molli mai!

Non sono mai stata magra, non sono mai neanche stata obesa come sono arrivata a essere negli ultimi dieci anni della mia vita.

Mi sono sviluppata molto presto e questo ha comportato il fatto che prendessi peso senza mai perderlo arrivando già in adolescenza ad avere un peso superiore a quello delle mie compagne, delle mie amiche della stessa età. Però, fino a quando non mi sono sposata, sono riuscita più o meno a mantenere un peso diciamo decente.
Già da adolescente avevo iniziato a fare un po’ di diete che mi portavano a perdere peso, quantomeno a mantenerlo entro certi limiti.

 

Durante la gravidanza sono ingrassata ben 26 chili, perché ai tempi c’era questa credenza di dover mangiare per due, bere per due, e anche dopo il parto, durante l’allattamento diciamo che mi sono rimasti diversi chili e da lì è iniziato un po’ il percorso yo-yo nel senso che ho fatto tante diete che mi portavano a perdere 20-25 chili ma nel momento in cui smettevo la dieta ne riprendevo altrettanti con gli interessi.

 

Ho fatto tutte le diete possibili e immaginabili: la Weigh Watchers, la Scarsdale, la dieta a punti, la dieta dissociata, etc etc; negli ultimi anni addirittura sono stata in cura da un – diciamo “professionista” – che mi dava psicofarmaci, posso dire di averle provate tutte ma il risultato era sempre il danno yo- yo. Prendevo e perdevo peso in continuazione.

 

Nel 2012, mi sono separata da mio marito e questa separazione – che è stata molto conflittuale, molto complessa – mi ha portato ulteriormente a sfogarmi sul cibo; mangiavo qualsiasi cosa e nell’arco di tre anni sono arrivata a pesare centoquarantacinque chili. Non sono bassa ma 145 chili sono comunque un bel peso e questo ha comportato diversi problemi nella mia vita perché a 145 chili chiamiamola vita ma in realtà NON è una vita perché ci sono tante limitazioni, fisiche ma anche psicologiche. Quelle fisiche sono evidenti – forse per chi non ha mai provato non tanto – ma ci sono: per esempio, il fatto di camminare a fatica, di avere sempre il fiatone, di avere difficoltà nel compiere le attività quotidiane, anche le più semplici, tipo allacciarsi le scarpe piuttosto che salire le scale. Ricordo, addirittura che ansimavo solo a parlare al telefono. E questa, a lungo andare, diventa una cosa che si fa sentire, pesa molto dal punto di vista fisico.

 

Il disagio psicologico è legato al fatto di non poter più fare le cose che invece prima facevo, e questo ha comportato una solitudine e un chiudersi nelle quattro mura domestiche negandomi la possibilità di frequentare amici, conoscenti, colleghi che – come avevano sempre fatto – mi invitavano a fare cose che però io non ero più in grado di compiere. Questa limitazione non era così evidente agli occhi degli altri, per cui succedeva che amici mi invitassero a fare la castagnata e io dovessi trovare delle scuse – banali, tipo “ho già un altro impegno, non sto bene, ho l’influenza…” perché dovevo giustificarmi nel non poterlo fare, quando io sapevo benissimo che la motivazione vera era l’impossibilità fisica di farla. Non mi era possibile pensare di andare in montagna a fare una passeggiata perché dopo tre metri sapevo che avrei avuto il fiatone. Banalmente, non avevo l’attrezzatura corretta, perché a 145 chili trovare anche solo una giacca a vento o un paio di pantaloni un po’ tecnici per poter andare in montagna a sciare o anche solo a fare una passeggiata, diventava veramente impossibile.

E, quindi, a furia di dire NO, NO, NO, rifiutare, è stato inevitabile che io mi sia ritrovata chiusa in casa, a guardare la televisione, a sfogare la mia solitudine nel cibo. Si era creato questo circolo vizioso: perché più mi sentivo sola e più mangiavo; più mangiavo e più alimentavo questa mia solitudine, questo mio volermi nascondere dal mondo.

La cosa buffa – che è poi caratteristica di noi persone con obesità – è il fatto di negarlo anche a noi stessi; negavo assolutamente questo mio disagio a tutte le persone che mi conoscevano: amici, parenti, colleghi. Banalmente, ero sempre quella sorridente, ero sempre quella che faceva la battuta, ero sempre quella che cercava di essere coinvolta e apprezzata proprio perché il tentativo era quello di non rimanere sola, di non essere esclusa, di non essere messa da parte. E, quindi, passavo per la giovialona, quella che faceva cagnara, sempre allegra e quindi – con questa modalità che era molto forzata – perché in realtà non era quello che io sentivo, ma era un tentativo di essere accettata, mi coinvolgevano in attività ludiche tipo l’aperitivo, la cena ma poi la cosa rimaneva lì.

 

A un certo punto è successo che questa solitudine ha cominciato a pesare, e la molla che ha fatto scattare il mio cambiamento è stato proprio questo. Io ho avuto la fortuna di conoscere una persona che era stata operata di bypass gastrico qualche mese prima alla quale in definitiva devo la mia vita.

 

È stata una situazione apparentemente casuale; più tardi mi dichiarò che non fu poi così casuale il nostro incontro ma un tentativo fortemente voluto da lei di “agganciarmi” e di cercare di portarmi in salvo. Ho conosciuto questa ragazza alla Fiera dell’Artigianato nel dicembre del 2013. Io ero lì con mia sorella ed eravamo sedute in uno di quei baretti per mangiare qualche cosa e questa ragazza si è seduta vicino a me – anche lei era insieme a sua sorella e l’ho sentita esclamare – mangiando, più che mangiando, piluccando la farcitura di hot dog e lasciando il pane, la sentii dire “pensa che io solo qualche mese fa di questi hot dog, me ne sarei mangiata sei o sette e non mi sarebbero bastati!”. E questa frase ha cominciato a rimbombarmi nel cervello e – io che notoriamente parlo anche con i muri – mi sono rivolta a lei, dicendole ma perché dici questa cosa e lì lei mi confessò – facendomi anche vedere le sue fotografie che – appunto qualche mese prima era stata operata di bypass gastrico e aveva perso più di cinquanta chili.

 

Mi si è aperto un mondo. Per me è stata proprio la prova provata di quello che io già stavo elaborando da un po’ di tempo, un po’ guardando quei programmi che adesso sono di moda, tipo “Vite al limite” su Real Time dove presentano questi casi di grandi obesi, con obesità patologica che venivano sottoposti a chirurgia bariatrica e che riuscivano – con grande fatica – a dare una svolta alla propria vita, salvandosi, però vedendoli solo in televisione avevo sempre avuto il dubbio che fossero trasmissioni magari combinate, organizzate e quindi che i casi dei pazienti non fossero veri, fossero montati ad arte, almeno che il periodo post-operatorio non fosse così rose e fiori come invece in realtà questa ragazza mi ha spiegato.

 

Mi ha lasciato il suo numero di telefono, dopo avermi spiegato in quale struttura si era operata, come era stato il percorso, a grandi linee, dicendomi che se mi fossi decisa a intraprendere questo percorso, di chiamarla, si è resa disponibile ad aiutarmi e sostenermi e darmi tutte le spiegazioni del caso.

 

Tornai a casa e appesi il suo bigliettino al frigorifero in cucina e lì rimase fino a febbraio perché non ero ancora pronta a fare questo passo finché una sera, ricordo che era una sera bruttissima di febbraio. Pioveva, faceva freddo, io ero a casa da sola, sul divano, con il telecomando, stavo mangiando, guardavo distrattamente la televisione, insomma una situazione di solitudine complessa … mi sono alzata, ho preso il telefono e l’ho chiamata. E lei quando le ricordai chi ero mi disse: “sono due mesi che aspetto che tu mi chiami”.

E da lì abbiamo iniziato a parlare dell’intervento bariatrico in maniera più approfondita. Mi ha introdotto al GAMA, Gruppo di Auto Mutuo Aiuto di Milano, dell’Associazione Amici Obesi che ai tempi si teneca all’interno dell’Ospedale Sant’Ambrogio dove poi sono stata operata e lì ho iniziato il mio percorso di rinascita.

 

Sono stata operata di bypass gastrico a giugno del 2014 e ho perso quasi sessanta chili, partendo da un peso di centoquarantacinque. Che dire, è stato un percorso molto complicato. Mi piace dire più complicato da un punto di vista psicologico che non fisico, nel senso che dimagrire quasi 60 chili comporta un lavoro su se stessi veramente impegnativo.
Ho avuto molte difficoltà a fare accettare questa mia decisione anche in famiglia. Il primo sostenitore è stato mio figlio che mi ha sempre sostenuto e supportato in questa mia scelta, probabilmente perché – come dicevo prima – lui vivendo con me vedeva e aveva il polso della situazione. Viveva le mie difficoltà, si rendeva conto della fatica che facevo a vivere con il peso di 145 chili. Per cui, quando gli ho detto che avevo intenzione di sottopormi a questa operazione – pur spaventato perché sempre di operazione si tratta – mi ha detto “Sono contento se finalmente hai deciso di riprenderti in mano la tua vita e di darti una seconda possibilità…”.

 

Non è stato altrettanto facile con mia mamma. Lei l’ha presa molto male perché era convinta che io potessi farcela anche senza sottopormi a questa operazione. Ora come ora è contenta di questo cambiamento, ovviamente, perché mi ha visto rinascere e quindi è molto soddisfatta di questo mio percorso però il cambiamento fisico ha comportato in parallelo un cambiamento psicologico che in alcune situazioni e con alcune persone ha determinato delle reali.

 

Cambiare fisicamente in modo così drastico comporta un adeguamento del pensiero e del modo di porsi che gli altri non si aspettano

Storia di Cristina - chirurgia bariatricaQuando ero obesa, ho sempre fatto l’amicona, quella che cercava di farsi aiutare, di farsi accettare, di essere coinvolta, per non rimanere da sola, e – in quest’ottica mi andava bene qualsiasi cosa – ero quella che diceva sempre sì, ero quella che era sempre disponibile, ero quella che c’era sempre, proprio per combattere questa mia tendenza alla solitudine, a sentirmi esclusa. E questa modalità di comportamento la mettevo in atto un po’ con tutti, anche con mia mamma.

Nel momento in cui ho cominciato a dimagrire, sono diventata difficile da gestire, per me ma anche per gli altri, perché a quel punto avevo una consapevolezza di me che prima non avevo; facevo fatica a gestirla proprio perché non l’avevo mai avuta, e ho cominciato a capire che certi NO li potevo dire, perché era scorretto che io facessi delle scelte che non erano coerenti con il mio pensiero, mi ero resa conto che se c’erano delle cose che io non avevo voglia di fare era giusto che decidessi di non farle anche se gli altri si aspettavano il contrario.

 

Questo però comporta mettere di fronte alle persone che con te hanno sempre avuto una certa modalità di confronto una persona diversa. Ho perso degli amici, che probabilmente non erano amici, perché se tu ti rendi conto che la persona con cui ha sempre interagito sta bene, si sta riprendendo la sua vita, si sta comportando in maniera serena, se sei amico dovresti esserne felice e partecipe di questa gioia; in realtà in molte situazioni – sia nel lavoro che tra le amicizie – con questa nuova mia fisicità e con questo nuovo modo di pormi sono diventata scomoda, perché dovevo essere gestita; mentre prima ero quella che veniva trascinata e portata dietro tipo pacchetto perché tanto non dà problemi, non è una minaccia, le va sempre bene tutto, quindi posso fare quello che voglio; nel momento in cui ho cominciato a mettere i puntini sulle “i”: “no, un momento questa cosa magari la facciamo in altro modo perché magari a me così non va bene”; lì si sono create le fratture, che in alcuni casi sono rimaste fratture, e hanno comportato la perdita di amicizie, di collaborazioni anche da punto di vista lavorativo.

 

In altre situazioni, come l’ambito familiare, hanno implicato delle conflittualità nelle modalità di rapporto. Questi aspetti sono stati per me davvero difficili da gestire, prova ne è il fatto che io sono andata comunque in analisi un paio d’anni e – a mio avviso – questo è un percorso psicologico che consiglio a tutti: l’operazione non è una bacchetta magica, nessuno ha ingoiato la bacchetta magica, se non si cambia la testa non si cambia l’approccio verso il cibo, e verso quello che ci indirizza in continuazione verso il cibo quindi nel mio caso era un mangiare per colmare questa delusione, questa perenne sensazione di solitudine, se non si cambia la testa dopo un po’ si rientra nella solita modalità e si ritorna a prendere peso.  La capacità di far funzionare l’operazione è quella secondo me di avere comunque uno strumento psicologico che ti aiuti a capire quali siano le dinamiche; che ti rende consapevole di quello che stai facendo e ti dà gli strumenti per poter combattere.

Devo confessare che la paura è stata tanta. A bocce ferme, adesso, a distanza di quasi sei anni dall’operazione, mi rendo conto di essere stata molto coraggiosa.

 

Ci vuole molto coraggio non solo per finire sotto i ferri ma anche per prendere una decisione del genere perché il cambiamento fa paura in tutte le situazioni.

In un ambito di questo tipo fa veramente paura. Avevo paura, come tutti, di rimanere sotto i ferri, comunque è un’operazione a tutti gli effetti; di non svegliarmi più; di avere poi problemi a gestire il postoperatorio, di non poter più mangiare; per questa cosa – devo dire mi ha aiutato moltissimo frequentare il Gruppo di Auto Mutuo Aiuto di Amici Obesi. Mi è servito tanto perché in quelle occasioni ho avuto proprio modo di toccare con mano il fatto di non essere sola, non essere sola a condividere quella situazione, non essere la sola ad avere quegli stessi problemi, ad avere la possibilità di condividere le paure, i dubbi, le debolezze e di poter comunque scambiare le informazioni ma proprio anche la possibilità di vedere altre persone che avevano già intrapreso il percorso; alcune erano già alla fine, alcune avevano già fatto operazioni di chirurgia ricostruttiva, sono proprio stati dei momenti in cui io mi sentivo capita, compresa, e potevo essere me stessa, condividere tutte le mie difficoltà con persone che sapevo che potevano capirmi fino in fondo, senza giudicarmi, perché provavano le stesse cose.

E questo aspetto secondo me è molto importante, perché quando si intraprende questo percorso bisogna essere molto ben informati, sapere che cosa si sta andando a fare, e  non solo dal punto di vista medico, perché il medico, lo specialista ti spiega per filo e per segno – anzi deve spiegarti per filo e per segno – che cosa consiste l’operazione, quali saranno i vari step del periodo post-operatorio, fisserà le visite di controllo e le tappe principali del percorso, però la cosa che spaventa poi di più è proprio come affrontare la vita dopo, banalmente come faccio l’omogeneizzato, cosa ci posso aggiungere, quanto devo mangiare, se si va di corpo o se non si va di corpo, quali sono i farmaci che devono essere presi e quali no. Il GAMA di Amici Obesi è un momento di condivisione che fa stare più tranquilli.

La paura era anche quella di non riuscire più a mangiare, cosa che poi per me non è stata. Mi sento fortunata, in questo senso. Si sa, è un’operazione e come tutte le operazioni può anche non andare bene o comunque avere delle complicazioni. Nel mio caso, non ne ho avute, sono stata bene sin da subito. Ho perso nel primo anno quarant’otto chili. È stata una cosa veramente sconvolgente; devo dire che sono stata molto ligia, e consiglio di esserlo, nel senso che ho rispettato tutte le regole che mi erano state date dai medici, ho fatto tutti i controlli, ho preso tutti gli integratori. Sicuramente questo comportamento mi ha aiutato ed è un consiglio che dò a tutti: non fate le cose di testa vostra; seguite rigorosamente le raccomandazioni di tutta l’equipe che vi ha operato. Se non vi seguono chiedete di essere seguiti perché il percorso corretto è questo e così deve essere. È indispensabile!

Per me è stata davvero la svolta della mia vita, se tornassi indietro – come penso quasi tutti noi – lo rifarei mille volte e probabilmente lo rifarei anche prima. Non è facile, non lo è stato, continua a non esserlo, perché – come detto – non è avere ingoiato la bacchetta magica, sto benissimo ma certo – se mangio male, delle schifezze, ingrasso tanto quanto una persona che non si è sottoposta a chirurgia bariatrica, e quindi lì entra veramente a piè pari l’importanza di avere fatto un percorso psicologico e di avere acquisito delle capacità e delle modalità che so che sono in grado di mettere in pratica nel momento in cui mi capita di perdere la concentrazione e di sgarrare in maniera sostanziale.

 

Tuttora non è facile perché la paura di tornare come prima c’è, c’è sempre. Probabilmente proprio il fatto di avere paura è quella molla che fa sì che io non molli mai.

Cerco quindi sempre di avere un approccio corretto nei confronti del cibo che non è più quello di prima; di togliermi comunque qualche sfizio perché è una cosa che si può fare rimanendo sempre nell’ottica che se oggi faccio uno sgarro, domani devo comunque rimettermi in carreggiata, che è un po’ quello che fanno tutte le persone che non sono obese, l’oscillare tra oggi mi concedo qualcosa  e domani invece sto un po’ più a stecchetto: è un equilibrio dinamico dell’alimentazione corretta che dovremmo comunque seguire tutti quanti.

 

 

 

"Poter vivere una vita normale... non una vita a metà"

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