Il mito della perfezione … quanto può pesare nella vita?

Il mito della perfezione … quanto può pesare nella vita?

Come sono arrivata a centosettanta chili? Da ragazzina ero una persona normale, leggermente in sovrappeso ma la mia mamma mi voleva perfetta e quindi mi ha messo a dieta già a sette anni, condizionando così tutta la mia vita e il mio comportamento non sano verso il cibo.”

 

“C’è chi poteva reagire desiderando di essere perfetta come mi voleva mamma e quindi assecondare questa cosa e chi invece – come me che ero una bimba molto insicura – ha reagito in maniera completamente diversa alimentando sempre di più la mia insicurezza. Più cercavo sicurezza, più raccoglievo insicurezza. In tutto quello che mi circondava. Per cui tutte le scelte sono poi state in base a questo percorso di vita”.

 

Diciamo che la vita NON mi ha risparmiato nulla

… ma la vita è fatta così, bisogna prenderla come viene. Diciamo che ci sono stati dei traumi che forse mi hanno segnato un po’ troppo come la morte di un fratello, un piccolo abuso subito all’età di dodici anni da parte di un amico di famiglia (!) e io non avevo il coraggio di dirlo, consideriamo che siamo parlando di tanti anni fa ed era una cosa veramente allucinante, un evento che mi ha traumatizzato. Poi mi sono nascosta in un matrimonio senza amore e anche là ho avuto un trauma perché mio marito non era una brava persona. Per fortuna, sono riuscita a liberarmi di questo matrimonio e poi c’è stato un susseguirsi di scelte sbagliate, che non hanno fatto altro che aumentare le mie insicurezze con tutte persone che mi hanno sempre calpestato;  è come se io scegliessi apposta – inconsciamente – persone che mi vogliano calpestare”.

 

Mia mamma poi si è ammalata e lì ho perso qualsiasi freno inibitore nei confronti del cibo, e sono arrivata al picco del mio peso”.

Nella vita ci sono traumi che ti segnano, come se ti ferissero, profondamente, con i quali bisogna fare i conti, ma non bisogna farli a cinquant’anni, bisognerebbe farli nel momento in cui queste ferite vengono subite altrimenti nel tempo si ingigantiscono, diventano un fardello, un carico pesante da portare. Diciamo che quando mi sono state fatte forse non si parlava tanto di psicologia, di psichiatria, di cose di questo genere, per cui – forse con un po’ di superficialità sono andata avanti.

Però adesso sono stati affrontati, alcuni problemi sono stati superati e quindi ho cominciato il mio percorso di rinascita.

 

La mia svolta … a metà

“Mi sono operata dieci anni fa e sono arrivata all’operazione che pesavo circa centosettanta chili. Non ero in grado di aiutarmi da sola però ho avuto una persona che ha pensato che avevo bisogno di aiuto e mi ha portato da un chirurgo. Un professionista eccezionale che non mi ha operato subito ma ha aspettato a vedere come reagivo mettendomi un palloncino intragastrico, che ho tenuto per circa sei mesi. Dopo questa sorta di “preparazione” ha deciso che ero pronta per l’operazione”.

“Mi ha operato e sono contentissima di averlo fatto perché in realtà ha dato una svolta a quello che era il mio rapporto con il cibo perché determinate cose non le faccio più, oggi sto ancora molto attenta a questo mio stomaco piccolino anche se io – di testa  – non ho risolto il mio problema”.

“È bene che tutti sappiano che l’operazione funziona se tu ci metti del tuo: cinquanta per cento l’operazione, cinquanta per cento il tuo impegno, la tua determinazione, il tuo rigore nel seguire le raccomandazioni. Questo è bene che tutti lo sappiano. È una cosa molto molto importante, di cui spesso ci si rende conto solo dopo”.

Io il mio cinquanta per cento non sempre ce lo metto! E per questo possiamo dire che la mia svolta è stata a metà, almeno finora. È anche vero che sono una persona adulta per cui certe cose sono un po’ più difficili da superare rispetto a una persona un po’ più giovane”.

“Una volta un medico mi disse: “Sai Francesca, se un albero è giovane è più facile raddrizzarlo, quando un albero è già grande, raddrizzarlo è più difficile.”

 

Io però, non mi arrendo

“Questo albero lo voglio raddrizzare e quindi lo raddrizzerò pian piano, anche con l’aiuto degli altri. Perché bisogna sempre essere convinti che da soli non si raggiunge nulla, bisogna chiedere aiuto alle persone che ci sono intorno, a persone professionali. Io sono seguita da una psichiatra che finalmente è la persona giusta, quella più adatta a me dopo averne sperimentati tanti. Ha tirato fuori tutto quello che c’era da tirare fuori e quindi anche se mi avvio verso i miei sessant’anni mi avvio convinta che prima o poi questo percorso io lo concluderò.

 

Dei chili li ho archiviati …

… e non li ho più ripresi. Adesso il cammino è per archiviare anche quelli che rimangono. Io sono sempre attenta al mio stomaco. Sicuramente non è quello di quando mi sono operata ma è altrettanto certo che non sia quello di quando pesavo centosettanta chili. Io non riesco più a mangiare come una volta. Mangio molto meno degli altri. Sono sempre attenta a non superare certi limiti e questo grazie all’operazione e grazie anche a un po’ di buon senso”.

 

Io vorrei che …

Io vorrei che ciò che ho fatto oggi – le foto, il raccontarmi – che è stata una violenza su me stessa perché io odio essere fotografata, è una cosa che proprio non mi piace – sia di aiuto a qualcuno, anche a una sola persona, alla quale faccia capire che si può uscire da questa situazione, ma che sia d’aiuto anche a chi NON capisce che cosa c’è dietro a una persona con obesità”.

Io vorrei che oltre ad aiutare le persone obese si facesse capire a chi ci guarda con disprezzo, con ilarità che dietro a una persona obesa c’è sempre una sofferenza, una sofferenza per qualcosa di grave, non perché mangiamo”.

“Quando ho detto a due mie amiche che avrei fatto questa cosa, una delle due ha detto una cosa gravissima dal mio punto di vista, che mi ha fatto capire quanto spesso la gente sia superficiale. Quando gli ho detto che facevo parte dell’ Associazione Amici Obesi Onlus, lei ridendo ha risposto: “Che fate, vi riunite e mangiate?” Credeva di essere spiritosa! se lei che mi vuole bene – e so per certo che me ne vuole – mi fa questa battuta, che cosa ci dobbiamo aspettare da persone che non ci conoscono?.

 

“Io vorrei che tutto quello che noi stiamo facendo servisse a noi, servisse a me, servisse a chi deve intraprendere questo percorso ma che servisse anche a chi NON ci conosce, a chi ci incontra per strada, a chi ci guarda e sorride, a chi ci prende in giro, a chi ci bullizza e specialmente ai ragazzi, ai giovani, ai bambini, ai ragazzi che subiscono stigma e pregiudizi, servisse alle mamme che non capiscono che il figlio sta accumulando peso che ne mette a rischio la salute, vorrei che questa mia storia servisse a tutte queste persone …. Questo io vorrei.”

 

 

 

 

"Poter vivere una vita normale... non una vita a metà"

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